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Bianchi
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    Petrarca Giuseppe

     

     

    Carinaro 4 Gennaio 1881 - Napoli 20 Ottobre 1939

     

     

    Al Bianchi: dal 1909 al 1910, dal 1913 al 1915 e dal 1922 alla morte

    Provinciale: dal 1934 al 1937

    Rettore: dal 1931 al 1937

    Vulcanico come la sua terra

     

      

                     Chi mi avrebbe mai detto, Padre venerato e caro, allorché, sacerdote novello, io giunsi, incerto del mio cuore e della mia vita, chi mi avrebbe detto che sarebbe toccato a me, proprio a me, che t'era teneramente avvinto, porgerti, o Padre Petrarca, l'estremo saluto, mentre t'avvii, tra l'universale compianto, verso l'eternità?

        Tutta la tua vita, io so, o Padre buono, non è stata essa una trama squisita e delicata di bene, invano squassata da tante vicende tristi?  Ma il male non ti toccò: fu come una fiumana che passò su un cuore di bimbo. La tua dignitosa coscienza non permise che tanta onda oscura lo intridesse di veleno, ma non poté evitare che il dolore lo lancinasse col suo artiglio feroce.

        Ahimè, quando ti ho visto, inconscio prigioniero del silenzio invincibile, quante, quante cose affiorarono alla memoria, quasi che la voce del pianto richiamasse tutti i segreti del cuore!

        Che dirò della tua appassionata eloquenza? Vivevi nella temperie calda della parola, di quella cosa mistica e profonda ch'è l'umano discorso.  Bramavi, sì, udir la tua voce e ti compiacevi di quel fluire perenne, leggermente permeato di una giovanile retorica.  Ai giovani particolarmente sapevi parlare con una felicitas dicendi in­superata. Quando comparivi tra loro, si sprigionava come un magnetismo spirituale da quella tua voce calda di umanissima bontà, da quel gesto pacato e solenne, rivelatore di una sostanza profonda.

               Che dire del tuo intelletto, del tuo acume dialettico?  Godevi del conversare, come un vecchio filosofo nei portici di Atene. Ponevi il segno inconfondibile della tua genialità nelle questioni minime.  Amavi il paradosso e la celia ed avevi tutto l’incantato stupore dei bimbi dinanzi alla maraviglia delle cose. Ma ad altri momenti sia dato parlare e ricordare del tuo ingegno e della tua sfavillante parola. Ora che prendi commiato da questo nostro regno caduco e terreno, altra qualità verace del tuo spirito io voglio commemorare.

         Qual era il segno certo del tuo essere?  La bontà, la bontà effusa ed inesausta.  Chi non è stato beneficato da te?  La tua vita s'era fatta, a poco a poco, una trama fitta d'impegni.  Noi dicevamo, celiando, che tu eri un'agenzia di raccomandazioni, un'istituzione di beneficenza cittadina, tanto apparivi ed eri il protettore universale, l'amico di tutti.  Eri l'ingenuo eternamente ingannato.  Chissà?  Pur di beneficare, ben volentieri ti lasciavi ingannare, guidato da una logica superiore di bontà e di amore. E come amavi questo tuo bel Collegio!  E' mio, solevi dire con una sorta di prepotenza affettuosa. Sì, "era tuo", se è vero che la tua personalità aveva vestito di sé le cose travagliate del tuo spirito insonne.  Il Collegio era un po' la creatura del tuo spirito, nei migliori momenti del tuo governo.  In ogni aula, in ogni sala c'è il tuo segno e la tua memoria. Ogni giovane che passa, ricorda la tua parola.  Ogni fanciullo, una tua lenta, dolce carezza!

         Eppure, nella tua aspra vita guerreggiata, l'esuberanza della tua umanità indocile e dell’impaziente spirito, ti ha spesso reso un buon gladiatore.  Hai lottato con gli uomini, non per te, ma per l'Ordine.  Tutti i riconoscimenti sono giunti, per quanto tardivi.  Ma noi brancoliamo nelle tenebre e somigliamo ai ciechi della parabola, in quest'aiuola che ci fa tanto feroci.

               Tutto hai tu perdonato. E noi, con te, perdonammo e perdoniamo.  Così Dio tutti perdoni. Ora tu sei nella divina pace dei giusti, perché il dolore sofferto ad usura ti fu purgatorio e redenzione.  E a me par di vedere, con quanto di meglio c'è nella religiosità del mio cuore, che tu sei coi santi di Dio ed anche tra loro sei caro per quella, ch'è tua, umanissima nota di bontà inesauribile. Per questa bontà tutti ti amammo. Tutti, tutti.  Anche i nemici ti avrebbero amato se avessero udito solo una volta il calpestio del tuo cuore, passeggero stanco per le vie della terra, se avessero visto la luce d'innocenza emanante dalla tua fronte serena.

       Ora tutti ti siamo attorno.  E' venuto da Roma il supremo capo della nostra famiglia religiosa, il p. Generale.  Ti è accanto, in lacrime, chi anche, per lunghi anni diresse la Congregazione e strenuamente ti difese a viso aperto. Ti siamo accanto tutti che lavoriamo in questo Collegio: Padri, Professori, alunni, quelli che tu chiamavi gaudium meum et corona mea.  Sempre ti abbiamo venerato ed amato, ed ora ti piangiamo, e ci sembra che sulla nostra strada sia caduta l'ombra dell’orfanezza. Non è vero, amici, che tra religiosi non ci si ami.  La fraternità di Cristo affonda le sue radici nelle regioni immortali della fede, della comune speranza.

         Resta dunque con noi, P. Petrarca; non te ne andare.  Sia quasi spirito familiare il tuo spirito e genio della casa. In te ogni labe mortale, ogni menda, ogni errore è stato purificato dalla morte, giusta dispensiera di verità. Fanciulli e giovani che mi udite, la vostra scuola piange il suo lutto: gettate i fiori del vostro vergine sentimento sulla lacrimata bara del P. Petrarca.  Ricordatevi ch'egli vi amò con ciascuno dei padri, i morti e i vivi, che fecero e fanno parte di questo Collegio.

         Dove va, quasi smarrito, il mio pensiero? A un altro morto io ripenso, a un altro spirito eletto che non vuole inabissarsi nei gorghi del tempo, al P. Roberto! 0 anima santa, tu che da questo stesso luogo salisti al Cielo, raccogli l'anima del Confratello, che si volge dietro a guardare i figli suoi.  E la tua vecchia tremula benedizione si associ a questo nuovo cenno di saluto che si fa sempre più lontano!

         Ave, vale in aeternum, Padre Petrarca.  In nome di tutti i tuoi confratelli Barnabiti, disseminati nelle varie parti del mondo, in nome dei tuoi familiari dei quali so l'incontenibile spasimo, nel nome di tutti i genitori che battevano alla tua porta, nel nome di tutti i giovani che battevano al tuo cuore, io ti saluto.

               Ed ora, va pure in pace, in lumine vitae, ai cieli eterni.  L'assoluzione sacerdotale ha cancellato le ultime scorie terrene.  Le benedizioni e gli incensi e le lacrime hanno avvolto come in sudario la salma e l'anima. L'odore della tua bara non si dissolverà facilmente tra gli intercolunni del Collegio.  Forse i bimbi, i tuoi bimbi, giocando, ti vedranno affacciato al tuo balcone, austero e pur sorridente a benedire la loro letizia, come certo benedici dalla tua beatitudine immortale.  Forse, quando l'ultima zolla di terra, cadendo sulla tua bara, provocherà un urto sordo sul nostro cuore, noi sentiremo che tu, mentre sfuggi ai nostri brevi sensi mortali, t'insedii e ti stanzi con quel tuo umano segreto di farti amare, nel vivo delle nostre memorie, nel cuore della nostra vita e non te ne parti mai più.

     

    (P. Vincenzo Cilento, Orazione funebre, da Cenni Biografici del P. Giuseppe Petrarca, Barnabita.  Napoli 1940).