Istituto Paritario
Bianchi
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     Lavaia Antonio

     

     

    Stigliano 23 Gennaio 1915 - Roma 28 Dicembre 2002

     

     

    Al Bianchi: dal 1939 al 1960

    Rettore: dal 1964 al 1965

     

      

                       E’ stata definita la sua, la «morte del giusto». Coricatosi all’ora di ce­na, per un senso di pesante stan­chezza, è stato trovato, poco dopo, immobile e sereno nella posizione e nell’atteggiamento del sonno. Il 23 gennaio 2003 avrebbe compiuto 88 anni. Se n’è andato dunque con la venerazione che spetta ad un patriar­ca, sazio di giorni, ma anche afflitto nell’intimo del cuore da un’amarez­za che scaturisce necessariamente e spontaneamente da una lunga e in­tensa vita. Negli ultimi anni affiorava spesso sulle sue labbra un’espressio­ne che accusava accoratamente il suo stato di abbandono e di solitudi­ne. Era il gioco d’ombra che contra­stava con una vita caratterizzata da una febbrile e incessante creatività. Una passione indomabile aveva co­stantemente dominato la sua straor­dinaria intelligenza, la sua acuta sen­sibilità, la sua imperiosa e tenace vo­lontà: l’insegnamento!

             La cattedra è stata per lui la peda­na di lancio per conquistare l’animo dei giovani, legarli indissolubilmente alla sua persona, educarli con rigore e insieme con garbo e finezza, se­condo l’ideale barnabitico, che egli ha voluto realizzare in tutta la sua pienezza.

             La sua vocazione sacerdotale e re­ligiosa è sbocciata in seno ad una fa­miglia modesta e laboriosa, illumina­ta e sostenuta dall’edificante fede e pietà della mamma Margherita. E sta­ta incoraggiata dai numerosi barnabi­ti conosciuti e frequentati nel suo paese di origine, Stigliano, dai quali emanava il fascino della cultura, del­la santità, dello stile dignitoso e so­brio.

             Ad Arpino frequentò il ginnasio (1926-31). Nel 1931-32 compì l’anno canonico di noviziato a San Felice a Cancello, dove emise la prima pro­fessione il 9 ottobre 1932. Per il liceo passò a Firenze (1932-34), quindi, per la teologia, a Roma (1934-39).

               Qui professò solennemente i voti il 25 ottobre 1936 nella chiesa di San Carlo ai Catinari. Sempre a Roma, nella basilica di San Giovanni in La­terano, fu ordinato sacerdote l’8 apri­le 1939 da mons. Luigi Traglia.

             Arpino, San Felice, Firenze, Roma sono state le tappe obbligate della sua formazione spirituale, culturale, morale. L’educazione allora così au­stera e così intransigente temprò il suo carattere e lo preparò ad affron­tare con generosità i sacrifici richiesti dagli studi e dalla malferma salute che io ha esposto nel corso di tutta la sua vita a diversi interventi chirurgi­ci, ai quali sempre ha risposto con stupefacente vitalità.

             Dopo l’ordinazione sacerdotale ha lavorato per un ventennio, a parte una breve e lacrimata destinazione a Trani, nell’Istituto Bianchi, divenuto il centro dei suoi interessi e della sua attività. In margine all’insegnamento, cui s’era preparato con serietà, nono­stante la turbolenza dei bombarda­menti e delle laceranti sirene, v’era l’organizzazione dello svago, per te­nere uniti all’istituto folle di ragazzi:rappresentazioni teatrali, canti, gio­chi e spettacoli vari.

             I suoi ex alunni lo ricordano così: esigente e inflessibile nello studio, ma pronto anche alla battuta improv­visa e provocatoria, che dimostrava l’umanità del suo carattere al di là del viso severo e fermo. Col passare degli anni il sorriso della sua bontà ha finito per prevalere sull’enigma del professore. Si capiva che la sua puntuale e ricca lezione mirava a tra­sformarsi in scuola di vita, per il con­fronto continuo e geniale che si ope­rava tra l’antico e l’attuale. Era qui il mordente segreto del suo insegna­mento.

             Dal Bianchi, i Superiori, lo chiama­rono a dirigere il Denza, ancora in fa­se di crescita e di maturazione, e per esso concepì un grandioso progetto, e ne preparò i mezzi di attuazione, per un ampliamento del fabbricato. Ma altri ne operò il compimento. Fu una decisiva ferita per il suo cuore. Fu la realizzazione di un voto che portava impresso nell’anima: « Signo­re, fa’ che tutte le mie gioie siano tra­sformate in amarezze!».

               Cominciò quindi, dopo una fugace direzione del Bianchi, il periodo che egli considerava di emarginazione e d’oblio: destinazione a Pontecorvo come Superiore e Direttore del pensionato universitario, poi ad Arpino come Rettore della Scuola Apostoli­ca e Professore al Tulliano. Curò con premura la formazione dei nostri aspiranti infondendo in essi la pietà e l’entusiasmo per la privilegiata voca­zione e abbellendo con il suo caldo accento l’eccellenza del dono di sé a Dio e al prossimo. Al Tulliano ebbe contatto con una gioventù semplice e schietta e ne rimase incantato. Nei tardi anni non ricorreva nella sua mente commossa che l’immagine dei suoi alunni arpinati, affettuosi e de­voti. Quando, con suo comprensibile strazio, venne chiusa e alienata la casa di Arpino, scelse come sede dei suoi ultimi anni lo Studentato Teolo­gico, «per pregare», disse, «con i no­stri aspiranti» e trasmettere, aggiun­giamo, al loro giovane animo l’espe­rienza e la saggezza di una vita totalmente consacrata a porre in atto l’ideale di santità e dottrina caratteri­stico della spiritualità barnabitica.

             Chi l’ha avvicinato a Roma, l’ha conosciuto come l’uomo della «pol­trona» e di «Radio Maria», in costan­te meditazione e silenzio, quando non si sprigionava dai suoi nascosti pensieri un gemito accorato e signifi­cativo, che rivelava il peso dei ricor­di, la malinconia per un mondo che gli sfuggiva dalle mani, (a proiezione consolante in un futuro di riposo e di pace. La sua anima non poteva vive­re ormai che del passato, sempre vi­vido e lucido, del ricordo dei suoi in­numerevoli ex alunni, dei suoi affe­zionati confratelli, dei suoi adorati nipoti e dei suoi monti lontani e az­zurri, dove ogni anno puntualmente ritornava per ravvivare a contatto con la sua gente, cui pure affidava il messaggio della sua parola ardente e incisiva, i lineamenti essenziali della sua anima, «la modestia, l’onestà, l’operosità». Vi è una storia che toc­ca la parte esterna del p. Lavaia, fa­cilmente documentabile mediante i nostri archivi, e che sfiora appena il prestigio della sua anima, ma il me­glio della sua spiritualità sfugge ai nostri occhi e rimane consegnato all’invalicabile barriera della riserva­tezza e della intimità, che potevamo cogliere solo nel baleno di un sorri­so, in una paroletta allusiva, in un cenno quasi impercettibile.

     

    (Rocco Soldo, Eco dei Barnabiti, Marzo 2003)