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De Luca Alfonso
S. Felice a Cancello 10 maggio
1925 - Napoli 23 giugno 1994
Al Bianchi: dal 1972 alla
morte Tenero e dolce ... Quattro anni dopo, (il 1972, N.d.R.) il P. De
Luca tornò a Napoli, stavolta al Collegio Bianchi, dove insegnò per 22 anni,
sino alla chiamata del Signore ... Al collegio
ed ai suoi alunni, il P. De Luca ha dato il meglio di sé. Non ebbe né pose intellettualistiche
né cedimenti di disciplina facile. Il dovere andava rispettato da tutti, in
cattedra come nei banchi. Piuttosto restio alla confidenza, si donava agli
alunni con aperta serenità, raccogliendo stima ed affetto. Amava il lavoro
metodico; quasi senza farsi notare ha curato il riordino dell’archivio
provinciale, radunando in esso le sparse membra che poté salvare. Colpito dal male impietoso, giostrò per non
fare capire ai confratelli che se ne rendeva conto, come i confratelli
giostrarono per nascondergli la realtà, fino a che lui stesso la rivelò. Un capolavoro di delicatissima carità. Piace concludere con quanto scrisse di lui il
P. Rocco Soldo, nel bel profilo biografico che fu pubblicato nella rivista del
Collegio: "Era tenero e dolce nel suo intimo come certi frutti che
difendono la succosa polpa con ispide cortecce. Fragorosa e disarmante la sua risata, che concludeva discussioni
scherzosamente aspre e aggressive. E
sulle labbra appariva quella serena espressione di bontà che era il nettare
segreto della sua profonda serenità. Un
infinito desiderio di comprensione, di socievolezza, di comunione, che a volte
urtava con una coscienza schiva e delicata, tormentata dal terrore di dare
fastidio, di creare ingombro, di essere un di più. Predilesse la vita umbratile
e silenziosa, il contatto discreto delle conversazioni intime, delle confidenze
riservate e limitate. Lavorò nella
scuola con modestia, la costanza, la fedeltà di un artigiano che prepara il materiale
per il domani, sognando solo nel cuore le costruzioni che sfidano il cielo e il
tempo. Anche con gli alunni, l'umiltà un po' scontrosa del tratto, faceva da
barriera alla spumeggiante bontà del cuore, sempre pronto a donarsi e a
servire. La gioventù ha l'occhio acuto
e lucente, e sa penetrare nelle più riposte pieghe dell'animo. E Padre Alfonso è stato amato dai suoi
ragazzi con una ricchezza e profondità di sentimenti pari al merito ... E'
salito sul Calvario con la semplicità e il coraggio degli uomini che si distaccano
dalla vita senza rimpianto e senza rimorso.
I suoi occhi, che mai hanno perso nulla della loro straordinaria
trasparenza e vivacità, hanno guardato con candore e naturalezza alla
morte. Quando essa già sfiorava coi
suoi passi felpati la soglia della sua stanza, P. Alfonso ha chiesto il conforto
dei Sacramenti. Li ha ricevuti con
devozione e lucidità. Ha conversato
serenamente con i suoi confratelli, dominando e nascondendo eroicamente lo
spasimo delle sofferenze. A tarda sera
si è adagiato tranquillamente su un fianco come per un commiato dalla vita e
dalla veglia. Verso la mezzanotte, la
breve agonia e il volo libero negli spazi luminosi dell'eterno amore". Belle
anche le parole stampate sul suo ricordino funebre: “Del confratello, resterà
l'esempio della vita semplice ed austera. Del sacerdote, il ricordo del dono di
ascoltare e di perdonare. Dell'uomo, la
laboriosità tenace e senza ostentazione.
Dell'amico, il rimpianto del suo modo di voler bene, schivo di pudori,
capace di celare la pena dei giorni estremi perché sugli altri non gravasse il
peso del suo soffrire". (Barnabiti, n°. 50, Luglio 1995, pp. 59 - 62).
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