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Cilento Vincenzo
Stigliano 1 Dicembre 1903 - Napoli 7 Febbraio 1980
Al Bianchi: dal 1926 alla morte. Rettore dal 1937 - 1944; 1949 - 1961 Il Grande Il ricordo del mio
incontro con Vincenzo Cilento risale all’immediato dopoguerra, quando il comune
interesse per gli studi neoplatonici mi avvicinò a Lui, per attingere alla Sua
cultura suggerimenti e consigli. ...Sui dieci anni
il fanciullo lascia la nativa amata Stigliano per proseguire gli studi a
Firenze. Come non immaginare in una natura particolarmente sensibile il
distacco dalle tenerezze materne e dagli affetti famigliari, come non trarne la
testimonianza di una forza d'animo, via via più temprata già durante gli anni
della prima adolescenza? In una commovente rievocazione della nobile figura
materna Vincenzo ricorda le dolorose partenze per i “collegiali esili" -
questa espressione è un condensato di lunghi stati d'animo nei quali la
nostalgia era di casa - e rivede la scena dei suoi intermittenti fugaci ritorni
in famiglia, la festosa corsa verso la soglia di casa, per gustare la sospirata
gioia dell'abbandono tra le braccia materne, che gli si protendevano amorosamente
dopo un lungo periodo di lontananza! "E quel tuo sguardo ... ... chiuso nel mistero ancora vorrei che mi scendesse in core come allor che da esili collegiali reduce alfin mi tremar le vene adolescenti; e al limitare Tu, giovine mamma, levavi la mano a placar la mia corsa da quel poggio". ... Fu una fortuna
per tanti di noi, che venisse assegnato a Napoli, alla comunità religiosa del
Collegio Bianchi. Qui egli si dedicò
agli studi filosofici culminanti nella discussione di una tesi di laurea su
Laberthonnière, sostenuta col nostro amato maestro Aliotta; e contemporaneamente
svolgeva 1'opera assidua di educatore, di docente e di Preside, e sempre di
guida spirituale dei confratelli: opera condotta con zelo anche quando
l’impegno dell'insegnamento di “Filosofia medievale” e di “Religione del mondo
classico” a cui fu chiamato dalla nostra Università, moltiplicò i suoi impegni
di lavoro. Nel chiuso della
sua stanza del Collegio, ricca di volumi e di sole, allietata da un coro di
voci popolari che durante il giorno provenivano dalla chiassosa Pignasecca, si
intensificavano, nel silenzio della sera e spesso della notte, gli incontri
spirituali coi grandi dell’epoca classica e medievale: il giovane dotto
teologo, che si dissetava alle fonti pure della Bibbia e in particolare del
Vangelo, scrutava con occhio ansioso quella Grecità solenne e maestosa cui era
mancato solo il dono della Rivelazione cristiana, che però di quella Grecità
pareva presentarsi come l’esito conclusivo.
Spiriti antichi, come Platone, gli Stoici, Filone di Alessandria, si
affiancavano., nel suo mondo interiore, a Paolo di Tarso, l’apostolo delle
genti, al tormentato Agostino di Tagaste, ai mistici dell’Abbazia di S.
Vittore, a Bonaventura di Bagnoregio, a Tommaso d’Aquino, a spiriti moderni
come il suo “sublime Pascal”. Ma una profonda
religiosità, è sempre tranquilla? E’
sempre il frutto di una contemplazione serena?
La vera religiosità e la vera certezza si nutrono fatalmente dei loro
opposti dialettici, che sono il dubbio e il rovello dilemmatico. Giovanni Maria Guyau scrisse che il dubbio è
l’atto più religioso della coscienza umana.
Cilento è tra coloro che hanno vissuto intensamente non certo un dubbio
sistematico - anche se ricorrente - ma certamente il dramma del conflitto tra
la ragione classica, che invita a sillogizzare, e la fede cristiana che esorta
a trascendere i limiti del sapere logico e a spaziare col sentimento nella
mistica esperienza dell’amore. Perciò
egli arricchì il suo mondo di incontri con gli spiriti magni che intensamente
vissero quel dramma. Non mancavano, in
questa folla, anime tormentate come la Sua, alle quali non arrise il privilegio
- che fu suo, invece - di risolvere il dilemma angoscioso con una ferma opzione
fideistica. Un privilegio, però,
che spesso pagava il sofferto scotto della diffidenza della Curia, talora dalla
vista corta, talora incomprensibilmente preoccupata e sospettosa, anche se
sull'opera intellettuale di Vincenzo trionfava sempre la fede, la disciplinata
osservanza, la pratica sincera dei riti. Non sorprenda,
allora, se fra i Suoi grandi non manca Lutero, dal viso pallido e dagli occhi
malinconici come efficacemente Luca Cranach descrisse pittoricamente l’intimo
corruccio dell'eretico! "Negli occhi tuoi che Luca Cranach pinse quanta malinconia, Martin Lutero! la larga faccia pallida egli tinse sotto il corruccio del berretto nero!". Non manca l’incappucciato
Savonarola, coi “suoi duri occhi severi”, non manca Erasmo, sul cui cucco
dottorale “splende la fronte pallida e serena”. Di questa simpatia sono testimonianza piccoli e vivaci bozzetti
poetici. Nella solitudine in
cui, durante le ore del suo disimpegno dall’opera di educatore, amava
rinchiudersi per abbandonarsi al rapido susseguirsi di intuizioni ed aprirsi
all’inondante senso del divino, in visioni che si protraevano fino a tardi e
spesso per notti insonni, non mancavano, secondo una felicissima testimonianza
poetica, figure di piccoli amici scomparsi e di scolari di cui divideva ansie e
tormenti. Né mancava qualche umanissimo
palpito di ammirazione, e forse di inconfessata e controllata attrazione, per
la figura di una donna, ignota a Lui come a noi, leggiadra immagine nell’atto
di curare i gerani della sua terrazza: trasfigurata d’un subito in una
idealizzazione del feminino, e certamente sollevata all’improvviso, come nel
Simposio platonico, dalla sfera dell’Afrodite pandemia a quella dell’Afrodite
celeste: miracolo di quell’Eros purissimo, spirituale, di cui parla Socrate per
bocca di Dìotima, la donna di Mantinea.
Immagine tragicamente dileguatasi poi, per una spietata ventata del Destino,
dopo un bombardamento. “Ma non
parlammo; ignor il nome tuo. Ti diedi un nome, mio, per i miei sogni. Eri mia e al mio sogno segretoDocile rispondevi e ignara e dolce. Ma invano ora ti cerco. Non
appari. Non so la tua ventura ... I gerani
sono morti e, diroccata, Piange la
stanza tua sotto la luna”. Briciole, è vero, di
un'esperienza interiore intensissima, ma da esse si può già intravedere la
personalità quanto altra avvertita alle dilacerazioni che la vita propina alla
psiche umana; anche se la dolce ed austera espressione del viso, di tanto in
tanto percorsa da qualche leggero e malizioso sorriso, e accompagnata da
qualche frase scherzosa e talora bonariamente mordace, si sforzava di
nascondere l’intima irrequietezza. A questa raffinata
sensibilità di poeta e di musico (oh!, la sua passione per Beethoven e
Debussy), si associava la vibrante eccitabilità dell’uomo di cultura, posseduto
in maniera bruciante dalla fiamma della fede nel Dio di Abramo, di Isacco, e di
Giacobbe, nel Cristo sacrificato e risorto, ma nello stesso tempo innamorato
dell’Ellenismo. Forse uno dei suoi più
grandi interrogativi fu: come è potuto sfuggire all’uomo greco il senso
dell’Unità del Divino? Ma poi, gli è
sempre sfuggita? Come l’orgoglio greco
non sentì il fascino di risolvere il vano trionfalismo della ragione, destinata
allo scacco, nell’esaltante virtù cristiana dell’umiltà, e nella pratica
dell’ascetismo e dell’amore? ...Questa ammaliante e suggestiva visione dell’Antico
che si rinnova nella visione cristiana, in un avvicinamento a prima vista
impossibile, non poteva se non allignare in uno Spirito che ha avuto il
privilegio di un particolare stato di grazia e di amore di Dio. Anche Cicerone,
uomo di cultura pagana, lo avvertì, caro ed indimenticabile Vincenzo, nel De
natura deorum, quando scrisse: Nemo vir magnus, sine aliquo
afflatu divino unquam fuit! (Giuseppe Martano, Vincenzo
Cilento. Napoli 1982) |